Versione italiana

Heidegger a Gerusalemme. Nancy e la Banalité de Heidegger

Jean-Luc Nancy et Jacques Derrida

Jean-Luc Nancy et Jacques Derrida

Da qualche tempo Martin Heidegger è giudicato. Giudicato dinanzi a un tribunale in cui gli accusatori si accalcano e gli avvocati si fanno da parte. Ma il padre del Dasein non ha bisogno né di accuse né di difese, quanto piuttosto di una rilettura dei suoi testi sotto forma di una messa a fuoco dei dati. Tutto è stato detto, scritto, pensato, fustigato, dibattuto su e in Heidegger.

Ha avuto diritto a una perquisizione post mortem, un état des lieux passato al setaccio. Fine, ma non certo sottile. Alcuni vedranno in questo pathos del campo semantico della giustizia una volontà di difenderlo a qualsiasi costo; ora, non è assolutamente questo il progetto filosofico e storico condotto da Banalité de Heideggerche Jean-Luc Nancy ha appena pubblicato per l’editore Galilée. Come un inquirente che affronta di nuovo un caso archiviato, Nancy (es)pone le sue prove e i corpi del reato con metodo: leggendo Heidegger, affronta ciò che potrebbe (dovrebbe?) impedire ogni tentativo di lettura. In questa inchiesta “criminale” sulla filosofia heideggeriana, il luogo del crimine è gremito, per esempio, di essere/[1], /popolo/[2], /Dasein/[3], la coppia /compimento/inizio/ [4], /Bodenlos/ [5], senza contare il coinvolgimento di problematiche legate alla /distruzione (Zestörung)/ o alla tecnica. Non si tratta di forzare il significato dei concetti heideggeriani, ma di ridefinirli chiaramente in base alla loro origine, tenendo conto degli argomenti antisemiti dei Quaderni Neri «senza cedere al disgusto, ma senza poter continuare a leggere come se nulla fosse». [6]

È per questo che Nancy manda Heidegger a Gerusalemme. Nancy ascolta ciò che l’accusato ha da dirci, come Hannah Arendt fu attenta ai discorsi di Eichmann. Svela, secondo il titolo del suo libro, un antisemitismo profondamente banale. La lettura dei Quaderni Neri, vista in prospettiva con le opere filosofiche, reclamava una contestualizzazione storica che finalmente il libro di Nancy costruisce. Si preoccupa del pensiero dominante all’epoca in cui tali discorsi, benché terribili, erano moneta corrente — come Lacoue-Labarthe poteva rimproverare a Faye. La sua vicinanza al nazismo e all’antisemitismo — che sospettavamo — non è affatto una scoperta e Nancy non pare stupirsi né indignarsi, all’inizio come nell’intero testo. Testo che non è equivoco né cieco ed è composto al di là del bene e del male. La doppia chiaroveggenza, relativa all’antisemitismo dei Quaderni Neri e all’antinazismo autentico di Heidegger, merita di essere sottolineata.

Come si può essere antisemita e antinazista, diranno i semplicisti? Potremmo loro ribattere che Ch. Maurras sia un antisemita imbarazzante, non avendo sostenuto mai in alcun modo che questo sia il nazionalsocialismo hitleriano. Scriveva a tal proposito che «l’impresa razzista è certamente follia pura e senza uscita». [7]

Ma non è questa la posizione tenuta da Nancy, che si cala in Heidegger e fa giocare Heidegger con e contro Heidegger. Egli dimostra giustamente che la debolezza della tesi che obbliga «Heidegger [a essere] semplicemente nazista» [8] mostrando in queste novanta pagine molto dense che «i Quaderni Neri mostrano chiaramente il contrario». [9] Le questioni relative al sionismo e all’antisionismo non preoccupano minimamente la penna di Heidegger.

L’intelligenza di questo testo viene dal fatto che non considera Heidegger un estremista farneticante o giudeofobo morboso. Affrontando Heidegger, Heidegger si confessa come procedendo a una maieutica del suo antisemitismo. Nancy scrive «Heidegger sa molto bene ciò che fa. Raccoglie banale sporcizia per fini superiori». [10]

Ed è qui che è contenuto tutto il paradosso del suo pensiero poiché allo stesso tempo Nancy mostra che Heidegger non è ingenuo nell’esporre tali idee sulla carta, per cui è assolutamente incolto e ignorante in merito al giudaismo. Si accontenta di riciclare le idee oscure e antisemite che sbocciano nella Germania degli anni ’30. Anche Gérard Bensussan va nella stessa direzione: «Heidegger non capisce nulla di ciò di cui parla, il giudaismo. Questo non è affatto riprovevole poiché nessuno è tenuto a parlare sempre con cognizione di causa e nulla obbliga inoltre a una conoscenza adeguata di ciò che pensa il giudaismo. Ma questa indulgenza non è una posa, poiché in Heidegger queste lacune del sapere sono ogni volta colmate, cementate tramite il pregiudizio antisemita più logoro». [11]

Questa convergenza di lettura accentua la bêtise di Heidegger, poiché più che la banalità dei pregiudizi antisemiti che Heidegger diluisce in un centinaio di pagine dei Quaderni Neri, Jean-Luc Nancy chiarisce con vigore fino a che punto Heidegger si rifiuta di pensare il giudaismo alla sua origine, di mettere in discussione i suoi fondamenti o di interrogare le sue mode, e preferisce cedere alla facilità di scolpire delle riflessioni filosofiche a partire dai livelli più bassi del pensiero. In Differenza e ripetizione, Deleuze rilevava la frase dell’autore di Sein und Zeit, che esprimeva l’idea secondo cui «ciò che ci dà più da pensare è che noi non pensiamo ancora» per riconoscere due tipi di bêtise. Da una parte un’autentica impotenza del pensiero, dall’altra, ed è qui la sua forza, una fonte incredibile di messa in movimento del pensiero.

Ora, con Nancy, comprendiamo chiaramente e distintamente che Heidegger si è mantenuto al “primo stadio” della bêtise, dove percepisce l’antisemitismo e le sue tesi come un fattore, senza discutere la sua provenienza, «proprio lui così abile nel risalire alle origini». Potremmo chiedere a Philippe Lacoue-Labarthe di completare questa tesi e di esporre il progetto: «È stupidità! È cecità politica! È inammissibile! È un tipo molto debole, immagino, molto debole. In quanto tale, per me, è assolutamente condannabile. Non sono per epurare le biblioteche del mondo, ma leggiamo questo. Vediamo come un tipo il cui pensiero raggiunge tali dimensioni sia capace di abbassarsi a tali asinerie».

Nondimeno, la banalità di Heidegger è limitata. Non è un antisemitismo biologico ma storico, quello che occupa il pensiero heideggeriano, cioè non un razzismo biologico ma una metafisica della razza, secondo le parole di Derrida. Nota importante: nel momento in cui Nancy redige questo testo, solo alcuni passaggi chiave sono stati rilevati, la pubblicazione sarà appena posteriore. Ma una delle forze di questo libro, in particolare del § 11, è di avere (pre)sentito che bisogna effettivamente pensare questo antisemitismo degli Schwarze Hefte sotto il profilo metafisico, che è molto più che un’aggravante per Heidegger. Perché? Heidegger sistematizza questo antisemitismo, non limitandosi a una reazione primaria, ma dando al suo razzismo un posto nella sua filosofia, una coerenza, con il suo pensiero. La sua critica della modernità, del potere del denaro, della tecnica, dello sradicamento (dell’essere), sono associate alla storia dello Judentum.

Secondo Heidegger, la fine mortale degli ebrei corrisponde alla «logica conseguenza delle cose», poiché essi sono ritenuti dominatori del mondo, in parte come possessori del potere tecnico e economico. È qui che si trova, secondo Nancy, e a buon titolo, il nodo metafisico-antisemita di Heidegger: che scriva o che noi scopriamo degli scritti che condannano formalmente l’orrore dei campi e l’inumanità della Shoah, ciò non condannerà il suo antisemitismo metafisico e storico. I campi di sterminio rappresentano il «culmine destinale della tecnica», [16] e come il lavoro heideggeriano dei Quaderni Neri consiste in una relazione pericolosa tra tecnica, la macchinazione e gli Ebrei, appare come autenticamente inutile nominare e fare riferimento alle vittime della barbarie inumana… Si rimane senza voce. [17] L’analisi e le scoperte, che si accumulano e si incastrano lungo il filo delle pagine fino alla fine, rendono muto il lettore. Muto davanti al disvelamento dell’antisemitismo di Heidegger, che cerca di dissimulare a lungo. Muto davanti al lavoro di comprensione e spiegazione dei testi. Muto ma tutt’altro che cieco. È questo il messaggio veicolato da Nancy: bisogna continuare, mai smettere di leggere e rileggere le pagine dell’opera imponente di Martin Heidegger. Imprigionarlo, tentando di fare tabula rasa di questo Grande del XX secolo, significa rifiutare il compito, più grande e più modesto, di affrontarlo realmente, di (com)prenderlo punto per punto, pagina dopo pagina, senza ingenuità né sospetto, con una prospettiva supplementare come strumento di lettura. In altre parole, di ripensare Heidegger.

Nancy non addebita ad Heidegger quello che Adorno e Horkheimer descrivono nei loro Elementi dell’antisemitismo: «Essi [gli Ebrei] sono stigmatizzati come il male assoluto da coloro che sono il male assoluto». [18] Certo, Heidegger li considera bestialmente come gli istigatori mortiferi della fine dell’umanità attraverso l’avvento della tecnica e della macchinazione. Ma, il problema nascente intorno alla lettura dei suoi testi, viene dal fatto che non è lui il male assoluto. Martin Heidegger non è Alfred Rosenberg. È un «mascalzone», o un «collaborazionista» per parlare semplicemente.

Dalla lettura di Nancy risulta che Heidegger è un poveretto, soggetto banale che nel suo antisemitismo primario confonde l’odio dell’altro con l’odio di se stesso — ciò che non si può in alcun modo perdonare. Possiamo spiegare il silenzio heideggeriano mostrando che «durante il periodo hitleriano, né i Tedeschi né il resto degli Europei erano in alcun modo informati di ciò che accadeva realmente nei campi — cosa che, evidentemente non giustifica nulla. L’orrore di questo segreto è stato ben coperto fino alla Liberazione» [19] e «[che] era estremamente difficile per un Tedesco al crepuscolo della Seconda Guerra Mondiale dare ragione di un impegno politico imperdonabile — colpito dalla vergogna e dal dolore storico» [20], ora il suo ruolo e i suoi scritti chiedono ormai giustificazioni che solo gli interpreti e i lettori di Heidegger possono far emergere, se la loro ideologia e l’eccesso di Memoria non vengono a danneggiare questi cantieri filosofici. Banalité de Heidegger è una di quelle grandi riletture che invitano a ripensare e rivalutare l’impensato e l’impensabile.

© Jonathan Daudey

Traduction à partir du français : Maria Gaia Crivella

Article paru en italien dans Kasparhausen, la rivista de cultura filosofica.

Pour le retrouver, cliquez ICI. La version en français est disponible ICI

Notes :
[1] J-L Nancy, Banalité de Heidegger, Galilée, Paris 2015, p. 14.
[2] Ivi, p. 23.
[3] Ivi, p. 29.
[4] Ivi, p. 30.
[5] Ivi, p. 35.
[6] G. Bensussan, “Heidegger: l’introduction de la philosophie dans le nazisme”, in La règle du jeu, settembre 2015, p. 101.
[7] Ch. Maurras, L’action française, 15 luglio 1936.
[8] J-L Nancy, Op cit, p. 25.
[9] Ibid.
[10] Ivi, p. 40.
[11] G. Bensussan, Op cit, p. 104.
[12] G. Deleuze, Différence et répétition, PUF, Paris 1968, p. 353.
[13] J-L Nancy, Op cit, p. 43.
[14] Conversazione di Emmanuel Faye con Lacoue-Labarthe, Ory, André, Tackels in Tout arrive, Trasmissione di Marc Voinchet per France Culture del 9 maggio 2005.
[15] J. Derrida, De l’esprit, Galilée, Paris , p. 119.
[16] J-L Nancy, Op cit, p. 61.
[17] Ivi, p. 75.
[18] Th.W. Adorno e M. Horkheimer, Dialettica dell’Illuminismo, ed. it. a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1988, p. 247.
[19] J. Daudey, Libérez Heidegger, https://unphilosophe.com/2014/06/25/liberez-heidegger/
[20] Ibid

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